La perfezione, il più grande nemico del jazz(Letto 90 volte)



“La perfezione è nemica dell’eccellenza” (…)
“La perfezione è sempre a un gradino dalla perfezione”(…)
“Se avessi aspettato di essere perfetta, non avrei mai scritto una parola” (Margaret Atwood)

PERCHÉ LA PERFEZIONE È IL NEMICO DEL JAZZ

Ognuno spera di essere perfetto un giorno o l’altro. Suonare con intonazione perfetta, linee perfette, suono perfetto… ma se pensassimo invece che l’idea stessa di perfezione è ciò che ci trattiene? Questa aspirazione per la perfezione non solo può danneggiare la nostra pratica quotidiana, ma può portarci via il divertimento e il piacere della scoperta, l’intero processo di apprendimento.

Suonare jazz è una delle aspirazioni più individuali in cui possiamo imbarcarci. Pensiamo un attimo, Charlie Parker, John Coltrane, Thelonious Monk, Oscar Peterson, Bill Evans… ogni singolo individuo è assolutamente originale, unico.

Ma spesso il modo in cui viene insegnato il jazz è tutt’altro che individualistico, come se ci fosse un modo “standard” di suonare e pensare jazz, con norme universalmente accettate di che cosa è “buono” e cosa è “cattivo”. Che ogni accordo richiede una certa scala, ogni strumento deve suonare in un certo modo, e ogni musicista di jazz deve approcciare la musica in un modo simile.

Ma l’idea della perfezione, è esattamente solo questo: un’idea, creata e sostenuta da chi ci sta intorno, dalle nostre influenze, i nostri insegnanti, amici, e soprattutto noi stessi.

Col tempo, questa idea di perfezione nel senso di suono, tecnica, e persino di cosa sia il jazz stesso, tende a indirizzare e limitare il modo in cui approcciamo la musica.

COME SORGE L’IDEA DI PERFEZIONE

Noi non abbiamo quest’idea innata nella nostra mente, a un certo punto ci viene la curiosità di sapere che cosa potrebbe essere la perfezione…

Suoniamo il jazz per l’energia che ci trasmette, perché ci sentiamo trascinati dalla musica, ma mano a mano che proseguiamo con lo studio, l’analisi, e la razionalizzazione, la fiamma smette di bruciare come prima.

Tutto inizia con la prima ossessione rivolta a uno dei nostri eroi musicali…

Imitare, copiare, smontare pezzo per pezzo uno dei nostri musicisti preferiti, è essenziale per il processo di apprendimento, ma spesso ci perdiamo nel musicista stesso, elevandolo ad un tale livello di grandezza che non potremo mai sperare di raggiungere.

Il nostro eroe musicale acquista quindi questa immagine di perfezione nella nostra mente, e ogni cosa che facciamo col nostro strumento, dalla ricerca del timbro alle linee, alle frasi, al timing, dobbiamo misurarlo contro di lui. Abbiamo creato questa idea di musicista perfetto, che fa ogni cosa nell’unico “modo giusto”, e noi siamo lontanissimi da questa.

Ma l’idea di perfezione non si ferma qui. Come studiamo la tecnica, il suono, il repertorio dello strumento, viene alla luce un’immagine di perfezione strumentale, dove fissiamo nella nostra mente di cosa sia avere “una gran tecnica” o un “bel suono”, anche se questi fanno parte dell’interpretazione individuale. Ad esempio, Oscar Peterson e Bill Evans hanno una gran tecnica e un bellissimo suono entrambi, ma sono completamente diversi, al punto che sono riconoscibili da una singola nota o un accordo.

Arriviamo fino al punto di costruire un’idea nella nostra mente di cosa significa suonare jazz in modo “perfetto”. Abbiamo questa idea della perfezione del jazz, che comanda qualunque cosa facciamo, dai brani, ai soli che trascriviamo, all’attitudine generale, al significato stesso di “essere un musicista di jazz” o semplicemente “essere un musicista”.

Tutte queste idee di perfezione le creiamo – consciamente o inconsciamente – per una ragione: aiutarci a capire che cosa ci piace e cosa non ci piace, per avvicinarci al nostro ideale, il che potrebbe essere in teoria qualcosa di utile.

Il problema sorge quando siamo così attaccati alla nostra idea di perfezione che respingiamo la nostra individualità, creatività, la soddisfazione e la ricerca, ciò che ci porta a scoraggiarci e a perdere l’interesse.

È questa ossessione di perfezione che ci manda dritti conto un muro, dentro una gabbia di limitazioni e distruggendo il motore stesso che dovrebbe spingerci ad imparare, con divertimento come un’esperienza appagante.

 

 

Quindi, come riconosciamo questa ossessione e come possiamo superarla?

 

COME SUPERARE L’OSSESSIONE DELL’”EROE PERFETTO”

Imparare dai nostri eroi musicali è fantastico, e probabilmente il modo più diretto di imparare il linguaggio jazz. Suonando sopra le registrazioni dei maestri, assorbiamo i dettagli che non possono essere comunicati verbalmente o da una pagina scritta.

Usiamo i nostri eroi per ispirarci, per motivarci, per capire i meccanismi interni dell’improvvisazione jazz. Usiamoli per scoprire, definire, e creare la nostra personalità musicale.

Tuttavia, se sentiamo che stiamo diventando ossessionati, se sentiamo che vogliamo diventare come loro piuttosto che come noi stessi, è ora di guardarci allo specchio.

 

3 PASSI PER LIBERARCI DALL’OSSESSIONE DELL’”EROE PERFETTO”

  1. Siamo coscientemente diversi dai nostri eroi – Prendiamo delle decisioni, scegliendo di suonare diversamente dai nostri modelli. Ad esempio se suonano un brano nel registro acuto, suoniamolo nel grave. Se suonano forte, suoniamo piano. Se suonano veloci, suoniamo lento. Allontaniamoci dalle loro scelte, può farci scoprire le nostre.

  2. Sforziamoci di creare e definire il nostro ego musicale – Abituiamoci ad imparare dai nostri modelli come se imparassimo da noi stessi. Chiediamoci ad esempio: Che cosa preferisco del suo modo di suonare? che cosa non mi piace? Che cosa cambierei? Che cosa posso aggiungere? Spesso prendiamo qualunque cosa essi suonino come oro colato, solo perché loro l’hanno suonato. Piuttosto, costruiamo qualcosa su ciò che ci piace, lasciamo perdere ciò che non ci piace, e facciamo nostro il materiale che scopriamo.

  3. Sperimentiamo e siamo fiduciosi – Chiediamoci costantemente: come posso prendere ciò che stanno facendo e andare oltre?

Usiamo ciò che impariamo dai maestri per stare sulle spalle dei giganti, non per stare alla loro ombra.

 

Non dobbiamo fare le cose nello stesso modo dei nostri modelli. Il loro approccio mostra un singolo modo di fare le cose, in mezzo a una landa sconfinata di possibilità. Impariamo dai modelli, ma prendiamo le nostre decisioni su che tipo di musicista vogliamo diventare, andiamo consapevolmente contro corrente.

 

COME SUPERARE LA “PERFEZIONE STRUMENTALE”

Uno degli aspetti dell’improvvisazione jazz che ci può facilmente catturare è una impressionante tecnica strumentale. Quando sentiamo un bassista come Niels Pedersen, o un sassofonista come Michael Brecker, pensiamo: “Io ho bisogno di suonare così! Ho bisogno di quella tecnica!”.

O talvolta è una cosa un po’ più sottile.

Quando ho cominciato a studiare al conservatorio, mi hanno insegnato che c’erano una serie di abilità che bisognava raggiungere per essere un buon contrabbassista. Ad esempio, suono pulito, arco impeccabile, aderente alla corda, intonazione perfetta… e queste sono obbiettivamente cose necessarie. Altre cose, come ad esempio vibrare in continuazione qualunque suono, non lo sono affatto e fanno parte di un’estetica mio avviso totalmente antimusicale, sebbene accettate da gran parte dei musicisti.

Imparare a suonare intonati con un suono pulito, conoscere scale e arpeggi etc. è un passo necessario e dà un’idea di cosa significa “avere una buona tecnica strumentale”. È un buon punto di partenza.

Spesso però, questo non è visto come un punto di partenza, ma come un insieme di regole più importanti di qualunque altra cosa, da rispettare ad oltranza e come nel caso dello studio dei nostri modelli, possiamo diventare facilmente ossessionati dal raggiungimento di questo standard tecnico strumentale. Suonare con intonazione perfetta, suonare con tecnica perfetta, suonare con un suono perfetto.

C’è un’enorme differenza tra impiegare del tempo nello studio quotidiano per migliorare l’intonazione e il suono e essere ossessionati dal DOVER suonare lo strumento perfettamente.

Nel jazz forse nessuno suona perfetto in senso assoluto, ciò che un musicista classico aspira a fare. Spesso nel jazz l’intonazione è imperfetta, il registro acuto è un po’ stridulo, o l’articolazione può essere poco chiara.

Il jazz non è musica perfetta. I nostri modelli non son perfetti, e spesso si permettono di sbagliare.

Anche se un musicista di jazz studia duramente ogni giorno la tecnica del suo strumento, l’intonazione, il suono etc. nelle performance questi aspetti della musica passano in secondo piano rispetto a prendere dei rischi, raccontare una storia, creare delle “atmosfere musicali”. Questi sono elementi del jazz che servono per comunicare col pubblico.

 

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Do not fear mistakes, there are none (Miles Davis)

(Non abbiate paura degli errori, non esistono)

 

Andiamo oltre la nozione (sbagliata) che ci sia un solo modo corretto di suonare il nostro strumento, o che non siamo autorizzati a sbagliare. Stiamo suonando jazz, non facendo una audizione per l’Orchestra della Scala…

3 PASSI PER LIBERARSI DALLA “PERFEZIONE STRUMENTALE”

  1. Stiamo al nostro livello – Ognuno inizia come un principiante, questo è un dato di fatto. Cerchiamo di essere a nostro agio col nostro livello strumentale, ma cerchiamo di fare continui progressi migliorando la nostra tecnica strumentale. Non dobbiamo sentirci frustrati se non sappiamo suonare così forte, o così veloce, o così articolato. La tecnica e il suono si migliorano giorno dopo giorno, con piccoli passi.

  2. Abbiamo il diritto di sbagliare – Il jazz è infestato dai cosiddetti “errori”. Questi sono una parte di ciò che fa grande questa musica. Non abbiamo bisogno di suonare sempre “al sicuro”. L’obbiettivo è di improvvisare e essere “sul pezzo”, quindi impariamo a “lasciar andare” concentriamoci sulla nostra voce interna, prendiamo il rischio, e cerchiamo di suonare ciò che sentiamo dentro. Non si tratta di suonare il nostro strumento con assoluta perfezione, si tratta di esprimere la nostra voce interiore, mandare un messaggio, raccontare una storia.

  3. Approcciamo il nostro strumento come un viaggio per tutta la vita – Abbiamo tutta la vita davanti per migliorare la nostra tecnica, non sarà mai un lavoro finito ma qualcosa su cui lavoriamo tutti i giorni e sul quale progredire lentamente. Prendiamoci il tempo necessario e facciamo miglioramenti “sostenibili”.

Non facciamoci bloccare dall’ossessione di suonare perfettamente il nostro strumento, dobbiamo imparare a suonare melodie improvvisate e prendere dei soli con fiducia in noi stessi. Integriamo piuttosto gli esercizi di tecnica nella pratica quotidiana.

 

COME SUPERARE LA “PERFEZIONE JAZZISTICA”

Che cos’è il jazz? se chiediamo a 100 grandi musicisti avremo sicuramente 100 risposte diverse, ma quando stiamo imparando a suonare jazz, sicuramente non sembrerà così.

A volte sembra che dobbiamo pensare a cosa sia e suonare il jazz in un solo modo – che dobbiamo studiare una lista precisa di musicisti, in un ordine preciso, che dobbiamo imparare un linguaggio preciso, suonare certi pezzi, e approcciare il jazz in un modo preciso, per essere un “vero” jazzman…

 

Bisogna abbandonare completamente il concetto di cosa sia o cosa potrebbe essere il jazz.

For me the word jazz means I DARE YOU” (W. Shorter)

“Per me la parola jazz significa TI SFIDO” (W. Shorter)

Qualcuno può dirci che dobbiamo saper suonare funk, rock & roll, e salsa e ogni aspetto del jazz se vogliamo lavorare, oppure che dobbiamo conoscere migliaia di brani, o un sacco di altre possibili leggende, ma la verità è che:

  • Non esiste un insieme di regole che i musicisti devono rispettare per suonare il jazz, e non esiste un solo modo per suonarlo.
  • Ci sono tanti diversi tipi di gigs, inclusa l’opzione di inventare il nostro tipo, e non esiste un modo unico di suonare jazz, o di lavorare come musicista di jazz al giorno d’oggi. Sta a noi decidere che cosa vogliamo fare con la musica, che cosa ci piace, che direzione vogliamo prendere.

Se ci sentiamo oppressi dalle definizioni del jazz di qualcun’altro, seguiamo questi passi per slegarci:

3 PASSI PER LIBERARCI DALLA “JAZZ PERFECTION”

  1. Resistiamo ai dogmi sul jazz – Non esiste una singola definizione di jazz. Riviste, libri di storia, insegnanti, e altri cercano di definire che cosa sia, e che cosa è necessario che sia per essere jazz, ma questa è solo la loro definizione. Una definizione più adatta potrebbe essere “Un linguaggio musicale costruito dai musicisti jazz del passato, proseguito ed ampliato in ogni sorta di direzione, ognuna della quali unica, e soprattutto un linguaggio che può condurci ovunque”.

  2. Indaghiamo su cosa significa il jazz per noi – Che cosa significa il jazz per noi? mano a mano che ci addentriamo nella musica, la risposta a questa apparentemente semplice domanda cambia, esattamente come cambia il nostro approccio alla musica.

  3. Passiamo all’azione – Qualunque cosa significhi il jazz a questo punto del nostro sviluppo, cerchiamo di agire in quella direzione. Non ignoriamo i fondamenti, ma cerchiamo di incorporare il nostro modo di vedere la musica. Ad esempio, se jazz significa soprattutto suonare delle melodie interessanti, o si tratta di ritmi sincopati, o poliritmia, andiamo in quella direzione. Qualunque cosa sia, traiamone ispirazione per indirizzare il nostro studio. Di sicuro il jazz non è una cosa: non è un’arte stantìa che troviamo sui libri di storia.

 

VERA PERFEZIONE: ACCOGLIAMO I DIFETTI E SUONIAMO COL CUORE

Il jazz è fatto più di imperfezione che di perfezione. Dobbiamo scoprire l’imperfezione, accettarla, includerla nel nostro linguaggio.

Per capire che cosa significa questa frase, ascoltiamo John Coltrane ad esempio: possiamo dire che è lui dalla prima nota che suona, e non perché sia perfetto, ma proprio perché non lo è affatto. Così come riconosciamo il timbro di uno strumento dalla cosa più imperfetta e più simile al rumore: il transitorio d’attacco. Noi riconosciamo John Coltrane dalle sue imperfezioni, i modo in cui raggiunge il registro acuto, alcune note che sono leggermente stonate, la sua articolazione…

 

Le imperfezioni sono ciò che definiscono noi e la nostra voce.

Questo non significa che non dobbiamo studiare per suonare intonati, o con un bel suono, o con la giusta articolazione, significa che lavorando per suonare intonati, con un bel suono e ben articolato, non rimaniamo bloccati sulle inevitabili imperfezioni che possono essere nel nostro modo di suonare.

I nostri eroi musicali non sono perfetti, nessuno suona jazz in modo perfetto, e nessuno è in grado di definire che cosa sia esattamente il jazz. La perfezione nel jazz è un’illusione, quindi smettiamola di punirci. Ricordiamoci che la nostra voce nel jazz non sta nell’ossessione per la perfezione, ma nell’inclusione delle nostre imperfezioni attraverso il lavoro quotidiano di curiosità interesse, scoperta personale, e godimento della musica.

 

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA: DEVI ESSERE TE STESSO (e basta così?)

Naturalmente c’è chi prende alla lettera tutto quanto detto prima, ma ciò non significa che vada a suo vantaggio comunque. Da qualche anno a questa parte, in certi format televisivi si sente ripetere sempre la stessa cosa “devi essere te stesso” o “devi essere spontaneo”. La maggior parte delle volte queste idee espresse nel programma televisivo, ed applicate al contesto musicale creano danni irreparabili. Infatti, spesso si sentono dei cantanti stonati, o fuori tempo, ma i loro “coach” gli dicono “devi essere spontaneo”. Il risultato è che decine di ragazzi che vorrebbero avvicinarsi allo studio della musica, pensano che per diventare dei musicisti sia necessario essere spontanei prima di tutto, e ciò a discapito dello studio, della conoscenza della teoria, dell’armonia, della ricerca, dell’ascolto critico, della conoscenza della tradizione. Inoltre, i musicisti presi a modello sono spesso essi stessi molto mediocri, e prendere a modello un musicista mediocre non contribuisce certo a creare una personalità musicale.

Inoltre, la frase “non mi viene spontaneo” viene usata come alibi per coprire l’incapacità di fare qualcosa, o l’ignoranza di certe tecniche di improvvisazione, o alcune lacune come scarso senso ritmico, mancanza di chiarezza etc.

La spontaneità non serve assolutamente a nulla senza la conoscenza.
Oggigiorno la quantità di informazioni disponibili gratis è enorme, addirittura eccessivo, basta digitare un nome, o un genere musicale su youtube e troviamo milioni di registrazioni audio e video. Diventa addirittura complicato scegliere un titolo. Anche qui entra in gioco la necessità di un insegnante, che possa guidare anche nella scelta delle cose fondamentali e non perdere tempo con cose banali. Anche se vagare a caso può comunque portarci a scoprire qualcosa di nuovo, una scelta mirata può aiutarci a progredire. Qualunque genere di musica vogliamo suonare, ci sono delle cose che non si possono ignorare. Non possiamo essere dei buoni musicisti di jazz se non conosciamo A Kind Of Blue, tanto per fare un esempio. Non possiamo studiare il contrabbasso e non conoscere Charles Mingus, Paul Chambers, Ray Brown, Charlie Haden, Oscar Pettiford… ma aggiungerei, qualunque strumento suoniamo, non possiamo ignorare grandi maestri come Charlie Parker, Thelonious Monk, Lester Young, John Coltrane, Bill Evans, Oscar Peterson, Red Garland, Joe Pass, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billie Holiday, e tanti altri. Oppure suoniamo solo musica classica? non possiamo ignorare le opere storiche dei più grandi musicisti del passato: Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwig van Beethoven, e mille altri…

O meglio, abbiamo tutto il diritto di farlo ma saremo sempre dei musicisti scarsi e ignoranti.

Purtroppo a causa dei format televisivi come x-factor si è creata una generazione di aspiranti musicisti, che non hanno la più pallida idea di che cosa significhi studiare uno strumento, ma al contrario sono convinti di sapere quasi tutto della musica. E sono soprattutto molto spontanei nell’esprimerlo.

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